Il falso mito del multitasking. Introduzione alla Mindfulness

Nella società occidentale vige da qualche anno la moda del multitasking, ovvero del pensare e/o fare sempre più cose contemporaneamente. Se il mondo corre e, insieme a lui, le nostre tecnologie, anche la nostra mente dovrebbe accelerare la modalità di pensiero, migliorando la performance e garantendoci di compiere più cose in meno tempo.

Multitasking

Almeno questo è ciò che ci viene richiesto ogni giorno. Le applicazioni stesse del cellulare ci suggeriscono come organizzare al meglio la nostra giornata, le nostre agende elettroniche ci ricordano gli appuntamenti di lavoro e di famiglia. Oramai siamo abituati a pensare alla cena da cucinare quando siamo in ufficio, all’organizzazione della giornata successiva la sera precedente senza mai goderci quello che si sta facendo nel momento attuale.

Curioso riportare come dato che la maggior parte delle ricerche svolte fino ad ora sull’argomento “strizzino l’occhio” alle donne, le quali, loro malgrado, a multitasking supererebbero notevolmente gli uomini.

Attraverso un’analisi quasi evoluzionista, si potrebbe giustificare il multitasking, come un modo di pensare e di vivere in cui si cerca sempre e comunque di proteggersi da ciò che vediamo come fonte di minaccia, mentre siamo impegnati a ricercare la felicità e l’appagamento, spesso programmati ma raramente raggiunti. Sarà quindi probabile che la maggior parte delle nostre azioni sia dunque in realtà finalizzata ad un qualcosa che riguarda il futuro. Fisicamente siamo in un posto e in un momento preciso, ma con la mente vaghiamo o nel futuro o nel passato. Nell’ assidua ricerca della felicità ci dimentichiamo puntualmente del presente, del qui e ora. Siamo insomma perennemente distratti da ciò che ci programmiamo o ciò che ci ricordiamo.

mindfulness

Mindfulness

Il multitasking, però, difficilmente si sposa con le dinamiche della nostra mente, anzi, ci rende talvolta passivi e incoscienti rispetto alla maggior parte delle attività che svolgiamo.

Da qui trae nuova origine e utilità una tecnica assai antica, oggi chiamata Mindfulness.  Di origine buddista, la Mindfulness arriva negli Stati Uniti negli anni Settanta per opera di un medico del Massachusetts. Attualmente è riconosciuta come una vera e propria pratica psicoterapeutica.

Secondo la maggior parte degli esperti Mindfulness, essa può esser definita come la “consapevolezza dell’esperienza presente accompagnata dall’accettazione”.

Questa definizione non rimanda ad uno stato mentale (come sentirsi sereni o preoccupati) ma una vera e propria consapevolezza rispetto al presente. Hic et nunc, insomma, la Mindfulness ci riporta su un piano “mono-tasking” e ci restituisce l’intenzionalità di ciò che facciamo, senza giudizi, al fine di risolvere o prevenire una sofferenza attraverso una maggiore consapevolezza della nostra esperienza.

Secondo i maggiori esponenti della Mindfulness, se fossimo maggiormente consapevoli delle nostre esperienze, sia positive che negative, potremmo trovare, ad esempio, quel filo conduttore che in realtà lega queste esperienze, viste fino ad ora come slegate una dall’altra e agendo quindi proattivamente rispetto a ciò che va cambiato. Inoltre, l’essere coscienti del presente ci aiuta a ricordare e a dare valore a ciò che si sta facendo.

Dal 1970 ad oggi sono stati scritti circa 700 articoli scientifici relativi all’argomento. Secondo quanto riportato da numerosi studi, questa tecnica risulterebbe efficacie nel trattamento di disturbi come depressione e ansia, ma anche su patologie di origine somatica, come la sindrome del colon irritabile, il dolore cronico e l’ipertensione.

La Mindfulness è dunque una pratica psicoterapeutica importante in caso di patologie o disturbi psicologici ma è anche un modo di pensare: se è importante dunque prestare attenzione al presente perché può farci star meglio, sarà dunque importante bilanciare la frenesia della quotidianità con i tempi richiesti dalla nostra mente per vivere e rielaborare ciò che ci accade.

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