Dall’integrazione all’inclusione scolastica. Quando la diversità diventa ricchezza

Cosa intendiamo quando parliamo di inclusione?  Se ragionassimo secondo la nostra Costituzione, la scuola italiana, per favorire l’inclusione reale di qualsiasi alunno, dovrebbe promuovere socialmente ogni studente, indipendentemente dalla condizione personale e sociale. La scuola dovrebbe essere equa, ma non rigida, in grado di adattarsi alle diverse esigenze di chi la frequenta.

inclusione scolastica bambini diversamente abili

Dall’inserimento all’inclusione

Nel corso dei decenni, a partire dalla fine degli anni Sessanta in poi, la presenza di alunni con difficoltà certificate all’interno della scuola ha dato il via a tre processi diversi.

  1. In primis si parlò di inserimento, ovvero della presenza di questi scolari all’interno di classi di “normodotati”, con il superamento delle scuole speciali.
  2. Dall’inserimento si passò dunque all’integrazione scolastica: gli alunni con difficoltà dovevano adattarsi per quanto possibile ai contenuti didattici degli altri compagni, con l’idea di omologare il più possibile l’apprendimento.
  3. Il vero nuovo traguardo arrivò nella seconda metà degli anni Novanta, quando l’integrazione venne sostituita dal concetto di inclusione. Quest’ultima prevede l’adattamento del contesto scolastico in base alle risorse degli alunni. Non è più solo il minore che cambia in base alla scuola, ma la scuola e i suoi operatori che si modellano in base a lui.

I Bisogni Educativi Speciali

Attualmente la situazione relativa al mondo della disabilità presenta un quadro estremamente eterogeneo. In Italia, nell’anno scolastico 2012-2013, sono stati registrati circa 223mila alunni con disabilità (2,5% del totale degli studenti), in crescita del 3,2% rispetto all’anno precedente. Il 10% dei disabili frequenta la scuola dell’infanzia, il 38% la scuola primaria, il 29% la scuola secondaria di I grado e il 24% la scuola secondaria di II grado.

Le percentuali relative alla disabilità nelle scuole deve sommarsi alle situazioni di degrado sociale e di patologie che necessitano di un lavoro didattico e di relazione particolari (ad esempio gli alunni DSA).

Ciascuna di queste situazioni viene racchiusa nel mondo BES (Bisogni Educativi Speciali). Il mondo dei BES non include quindi solo la disabilità ma i disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, lo svantaggio socioeconomico, linguistico o culturale.

Per approfondire: Cosa sono i Bisogni Educativi Speciali (BES)

Di fonte ai numeri elevati e alla eterogeneità del problema, diventa fondamentale rimarcare l’importanza di un’inclusione reale e non apparente di tutti gli alunni. Quando si pensa alla “vecchia scuola” si ricorda un’impostazione didattica univoca e indifferenziata per ogni alunno. L’inclusione reale invece deve partire da due capi saldi: in primis è bene ricordare che siamo tutti diversi, e non tutti uguali. Nel momento in cui prediligeremo la diversità come una ricchezza, essa potrà diventare una vera risorsa per l’inclusione di ogni alunno.

Coma favorire l’inclusione di bambini diversamente abili

L’inclusione scolastica non dev’essere vista come un mondo riguardante esclusivamente la scuola e i suoi docenti. Per poter essere efficace, il lavoro deve riguardare l’intera rete di persone che gravita intorno al bambino. Per questo un buon lavoro a scuola non può prescindere da una comunicazione costante con la famiglia e con gli specialisti che seguono il minore. Maggiore trasparenza e collaborazione garantiscono infatti un lavoro realmente specifico per il bambino, applicabile non solo a scuola ma generalizzabile anche negli altri ambienti.

Come favorire, allora, l’inclusione scolastica di bambini diversamente abili?

  • Ricordarsi di vedere le risorse del minore, ancor prima delle problematiche. Di fronte ad un bambino con difficoltà può capitare che si notino in primo luogo le problematiche, ovvero cosa “non va”. Ribaltare il punto di vista consente di vedere le risorse del minore, cosa invece “sa fare”. Un progetto di inclusione dovrebbe proprio partire avendo in mente le risorse e le potenzialità del bambino.
  • Elaborare PEI e PDP il più specifici possibili, specificando quali devono essere gli obiettivi del progetto. Strumenti come il PEI e il PDP garantiscono di poter argomentare il quadro della situazione, delineare le strategie di apprendimento più idonee al minore, valutare quali sono le aree in cui si vuole potenziare l’ autonomia. Per poter essere il più possibile efficaci, tali documenti devono essere redatti e discussi da tutto il team che lavora in rete per il minore (docenti della classe, docente di sostegno, educatore, genitori, specialisti).
  • A ciascuno il suo apprendimento. Strumenti compensativi e dispensativi sono uno strumento utile, nonché obbligatorio, in diversi casi in cui si lavora con alunni BES. Oltre a garantire ciò che le normative richiedono, è importante individualizzare le attività, secondo un processo che va dal generale (normative, linee guida) al particolare (l’alunno). Questo non vuol dire isolare l’alunno, ma includerlo nella classe attraverso strategie didattiche e relazionali che possono essere utili per tutta la classe. La differenziazione della programmazione non deve diventare strumento per emarginare, ma un’integrazione al lavoro di tutti.
  • Andare oltre alla programmazione classica. Spesso nuove modalità di lavoro possono essere utili per favorire l’inclusione di ciascun alunno all’interno della propria classe. Un esempio fra tutti è l’apprendimento cooperativo, uno strumento flessibile che dà rilevanza non solo alla didattica, ma al contesto sociale e relazionale degli alunni.
  • Non smettere mai di formarsi. La curiosità nell’apprendere non deve riguardare solo gli alunni, ma anche gli adulti intorno a loro. I tempi cambiano ad una velocità sostenuta, strategie didattiche che potevano essere adeguate qualche anno fa ora sono considerate superate. Questo non significa buttar via il passato e i capi saldi dell’insegnamento, ma partire da lì per arricchire e condividere la biblioteca di conoscenze.

Si tratta di un lavoro impegnativo e difficile, spesso non riconosciuto e valorizzato come si dovrebbe, ma ricompensato dai risultati che a breve e lungo termine si vedranno negli alunni.

Come diceva Albert Einstein:

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

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