Gli haters, ovvero i “bulli cresciuti” in versione 2.0

La diffusione di internet ha permesso alle persone di connettersi con il mondo in maniera più diretto. Gli intermediari di una volta possono essere bypassati e i motori di ricerca ci portano spesso dove vogliamo essere. Il resto del lavoro lo fa il marketing associato ai nostri profili utente, attraverso pubblicità o suggerimenti che potrebbero interessarci.

I social media stanno riscuotendo un successo generalizzato su larghe fasce d’età. Ci piace essere presenti, creare dei profili con le nostre foto, e interagire con altre persone, più o meno conosciute. Ciò che una volta restava tra le mura casalinghe ora può essere “postato” e “condiviso” con altri milioni di utenti.  Anche il linguaggio si è evoluto, anche se alcuni accademici parlano di involuzione. E non sempre chi si espone su internet pone attenzione alla pragmatica della comunicazione e alle responsabilità delle proprie azioni.

haters

Quelli che nella vita reale siamo soliti chiamare bulli, online possono essere chiamati haters

Gli haters sono proprio coloro che ricorrono all’insulto e alla denigrazione su internet in cerca di consenso. Si tratta di una forma di cyberbullismo che non colpisce solo i ragazzi, ma si accanisce in maniera intergenerazionale.

Da leggere: Cyberbullismo, cosa percepiscono i genitori

La disinibizione del web

Non esiste un target dell’hater ma esistono le categorie maggiormente prese di mira. Secondo una ricerca effettuata da Vox e dall’Università Sapienza di Roma, il principale bersaglio dell’odio via web sono le donne, seguite da omosessuali, dai migranti, dai diversamente abili e infine dagli ebrei.

Chi insulta su internet si nasconde dietro un presunto anonimato e si arroga la possibilità di offendere senza alcun timore delle conseguenze. Si tratta di una sorta di effetto “disinibizione del web”, che però non può essere liquidato  in modo così superficiale. Dietro al fenomeno dell’ hate-speech si nascondono meccanismi già noti e per nulla originali.

In primis, dando un’occhiata alle dinamiche del web, emerge il fenomeno della diffusione di responsabilitàSe tanti scrivono insulti e si lasciano andare a certe bassezze, posso farlo anche io, in fin dei conti non sono l’unico.

Questo atteggiamento rispecchia la mentalità del branco. Lo stesso vale per coloro che leggono e non denunciano eventuali offese e ingiurie pesanti. Il tutto viene vissuto con maggior disinteresse, perché si tratta di un mondo virtuale dal quale ci si può scollegare in qualsiasi momento. Ed è qui che alcuni “insospettabili” agnelli nella vita reale si trasformano in lupi nel mondo social.

Gli haters: bulli 2.0

Colui che offende solitamente non lo fa unicamente sul proprio profilo, ma spesso crea dei gruppi e delle pagine per circondarsi di consenso. Ancora una volta la strategia del bullo viene riscontrata anche sul web. Il bullo agisce di fronte ad un branco, non importa se virtuale, ma cerca il consenso immediato. Il linguaggio utilizzato colpisce le pance della gente, punta sull’emotività per avere il consenso.

Gli haters non propongono quindi nulla di nuovo, ma utilizza stereotipi e pregiudizi, come la donna vista come sesso debole e quindi meritevole di esser denigrata, l’immigrato che minaccia le nostre sicurezze, il disabile deriso per le sue diversità, per scatenare reazioni impulsive e politicamente scorrette.

È un circolo vizioso bullo-branco-osservatori che potenzialmente non ha limiti. Se non quelli imposti dal buon senso e dalla polizia postale e dalle tragiche conseguenze che hanno coinvolto alcune vittime. Molto probabilmente coloro che gestiscono pagine di questo tipo sui social non si sentono minimamente responsabili delle conseguenze di ciò che dicono: il personaggio virtuale che indossano è una sorta di avatar che giustifica ogni azione.

Come arginare il fenomeno

Si tratta di un lavoro difficile ed eterogeneo, che deve però riguardare chiunque ricorra a internet e ai social. Per quanto riguarda gli adolescenti e i giovani ragazzi diventa fondamentale la figura genitoriale, responsabile dell’educazione dei propri figli. È necessario insegnare fin da piccoli ai bambini la cultura del rispetto e, soprattutto, responsabilizzarli rispetto a ciò che fanno o dicono.

Per quanto concerne il fenomeno nel mondo adulto le azioni da compiere sono due e sono assolutamente analoghe a quelle che coinvolgono il bullismo: denunciare e isolare. La denuncia serve per render noto ad autorità competenti ciò che sta accadendo, serve a passare la responsabilità a coloro che possono intervenire dal punto di vista telematico. L’isolamento invece è ciò che noi, come utenti, siamo chiamati a fare. Il bullo perde di efficacia nel momento in cui non ha osservatori, lo stesso vale per il web.

Se l’hater non ha riscontri, probabilmente smetterà di perseguire con la strategia dell’odio.

Siamo tutti potenziali osservatori

Per quanto il fenomeno sembri così lontano da noi, ricordiamoci che siamo tutti potenziali osservatori, nel momento in cui non denunciamo e non isoliamo. Diamo davvero alle nuove generazioni il buon esempio e trasmettiamo loro la cultura del rispetto.

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