Tagliarsi per stare meglio: il fenomeno dell’autolesionismo giovanile

autolesionismo giovanile

Viene spesso identificato con il nome inglese di cutting. Si tratta della pratica di autolesionismo giovanile meglio nota come “tagliarsi”, nel gergo giovanile. È un qualcosa che molti adolescenti fanno spesso ed è frutto di un grande disagio tipico dell’età.

L’adolescenza è, infatti, un periodo molto critico per una persona, in cui si lascia definitivamente l’infanzia per approdare nell’età adulta. Chi è più sensibile, vive questo momento delicato di transizione in modo peggiore degli altri e, per questo, trova soluzioni drastiche per stare meglio. C’è chi decide di fare uso di droghe, chi di alcool o psicofarmaci… e chi, invece, sfoga le proprie insicurezze e problematiche nell’autolesionismo.

Spesso si tratta di ragazzi molto giovani, addirittura bambini, che si feriscono la pelle di braccia o di altre parti del corpo. Spesso usano lamette, ma anche coltelli, temperini e altri oggetti taglienti che possono essere utili allo scopo. Le persone che sono solite fare ciò vengono identificate con il nome di “Cutters”. Riescono a nascondere molto abilmente i tagli, attraverso l’uso di maglioni a maniche lunghe, anche quando il caldo porterebbe a scoprirsi.

Per approfondire: Autolesionismo negli adolescenti: che fare?

Autolesionismo giovanile: come gli adolescenti trovano conforto al proprio malessere

Perché gli adolescenti sono soliti fare questo? A che serve la procedura del cutting e perché tanti ragazzini amano fare esperienze di questo genere? Dobbiamo, intanto, fare una precisazione: non si tratta di una procedura che serve a togliersi la vita. Non siamo, quindi, di fronte a persone che, ad esempio, vogliono tagliarsi le vene o cose del genere. Lo scopo del cutting è farsi del male fisico, per trovare un conforto dal proprio malessere interiore. In pratica, è un qualcosa che momentaneamente impedisce loro di pensare al malessere interiore, grazie al male fisico che queste persone si autoinfliggono.

Soltanto una bassa percentuale, il 15% degli adolescenti che “si tagliano” chiedono aiuto ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta. Molti ritengono, infatti, di non averne bisogno. Tagliarsi è solo un modo, per loro, per restare ancorati alla realtà, per non sprofondare in una patologia mentale ben più grave, che potrebbe addirittura portare al suicidio.

Cosa spinge gli adolescenti all’autolesionismo

Le cause dell’autolesionismo giovanile possono essere davvero molte. Tuttavia, si stima che circa il 60% di queste persone abbiamo subito molestie ed abusi sessuali in passato. In tal modo, questi adolescenti hanno subito una distruzione della loro identità psichica. Identità che, verosimilmente, cercano di ritrovare compiendo atti particolari come quelli di tagliarsi.

C’è da dire, però, che il 40% degli adolescenti vive invece in famiglie “normali”, dove non vi sono state molestie o atti che potrebbero aver leso l’identità psichica del bambino. In tali casi, è possibile che queste persone non abbiano ricevuto l’affetto di cui avevano bisogno. Il bambino può aver avuto un bisogno di essere amato, non compreso dai genitori. Il ragazzino ferito da rapporti freddi da parte dei genitori è colui che, oggi, infligge a se stesso le ferite, che diventa violento, che usa droghe o alcool perché incapace di urlare al mondo il disagio interiore che prova. Perde, in questo modo, la capacità di amare se stesso e, di conseguenza, gli altri.

Campanelli d’allarme per i genitori

Non è semplice, ma i genitori possono comunque accorgersi se hanno a che fare con un figlio che si infligge ferite. Appaiono un po’ insensibili al mondo che li circonda, sembrano vivere un mondo tutto loro.

Questi fenomeni violenti possono essere controllati: il miglior modo è quello di verificare se la pelle dei figli è ancora integra. Controllare prevalentemente le braccia e le gambe può essere utile. Dobbiamo dire, però, che spesso non è semplice, proprio perché questi adolescenti tendono spesso a coprirsi per nascondere le ferite. Campanelli d’allarme potrebbero, quindi, esservi se il bambino non vuole mai spogliarsi di fronte a noi, nemmeno per togliersi una maglietta. Qui c’è da capire quanto incide la timidezza sul proprio corpo che cambia e quanto, invece, può incidere la presenza di un autolesionismo.

Come aiutare un figlio che si infligge dolore da solo?

Abbiamo visto come un figlio che si infligge dolore da solo, nella maggioranza dei casi, soffre di anaffettività, di incapacità dei genitori di avergli dato l’amore di cui aveva bisogno. Oppure può essere una persona che ha vissuto molestie. Aiutare un figlio in questo senso si può. Il percorso da seguire, in questi casi, è un approccio psicoterapeutico. Queste persone hanno bisogno di trovare di nuovo l’identità psichica che hanno perso e che credono erroneamente di ritrovare infliggendosi delle ferite. Un esperto del settore cercherà di lavorare sui bisogni della persona, cercando di capire cosa effettivamente è andato storto nell’infanzia e nell’adolescenza del paziente, al fine di trovare una soluzione.

In Cover, immagine tratta da adolescenzeestreme.it

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