Il Collegio: nostalgia di un passato autoritario. Da un format tv alla realtà

Quando eravamo bambini ci siamo sentiti dire sicuramente dai nostri genitori «se ti comporti male ti mando in collegio», visualizzando quella minaccia come la fine di ogni libertà e di ogni possibilità di svagarsi. Infatti, il collegio, soprattutto in alcuni periodi storici, è stato visto come istituto scolastico dove dominano autorità e disciplina.

L’esperimento sociale de Il Collegio

Ed è qui che, dalla Rai, nasce l’idea di sviluppare un docu-reality (basato su un format britannico) in cui diciotto ragazzi tra i 14 e i 17 anni devono conseguire il diploma di terza media restando quattro settimane in un collegio degli Anni ’60, con tutto ciò che ne consegue: uniformi da indossare con pantaloni corti per i maschi e gonne per le ragazze, smartphone e qualsiasi tipo di tecnologia da abbandonare, insieme a piercing e trucchi.

Al di là della maggiore o minore veridicità del programma, ciò che emerge dopo le prime battute è lo scontro tra due generazioni: la prima e più anziana, basata su un’educazione prettamente autoritaria, con regole precise e gerarchie ben stabilite, la seconda, quindi la generazione del Duemila, tendenzialmente priva di regole e assolutamente incapace di riconoscere e rispettare l’autorità dell’adulto e, in particolare, degli insegnanti.

Ma davvero un programma tv può fornire un panorama della società di oggi?

Sicuramente ciò che emerge sono le ripercussioni negative di entrambi gli stili educativi. Se il collegio si distingue per una rigidità distonica con i tempi di oggi, in cui tutto ciò che dice l’adulto e l’insegnante è legge,  il “genitore amico” spesso non pone le giuste basi educative, si pone allo stesso livello del figlio e non è in grado di dire di “No”. In questo modo i figli vivono senza limiti, riversando la maggior parte del tempo alla ricerca di approvazione e relazioni sui social network. Apparenza e immagine hanno la priorità, mentre lo studio e la creazione di una propria cultura passano in secondo, anche terzo, piano.

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Anche se il target di ragazzi fornito non rappresenta significativamente gli adolescenti di oggi, è un dato di fatto che senza la giusta autorevolezza dei genitori un adolescente rischia davvero di perdersi. I limiti e le regole di una famiglia durante quest’età sono fatte spesso per essere infrante, è vero, ma questo non significa che non debbano esistere. Senza un’educazione si vive solo di diritti e mai di doveri, e questo diventa un problema nel momento in cui i ragazzi di oggi saranno gli adulti di domani, nel momento in cui dovranno decidere chi vorranno essere nella vita, senza la protezione preventiva di mamma e papà.

L’educazione e i valori trasmessi in famiglia rappresentano la base sicura di ogni figlio, la vera corazza che li aiuta ad affrontare il mondo. Probabilmente durante l’adolescenza verrà tutto messo in discussione, ma dove c’è una base solida ci si ribellerà sapendo poi di tornare alla base sicura.

Si può rimpiangere un’educazione di tipo autoritario?

In una società consumistica, di relazioni incerte, la stessa società che il compianto Bauman chiama ‘società liquida’, dove spesso il ruolo genitoriale viene delegato a terzi, per mancanza di tempo , e in cui la “professione” dell’insegnante, talvolta, diventa un “mestiere” svuotato della propria importanza e del proprio potenziale, in questa società si può rimpiangere un’educazione di tipo autoritario?

La risposta è no. Né l’estremo autoritario, né quello permissivo possono essere considerati la giusta strategia educativa di oggi. L’educazione oggi deve passare necessariamente su un piano affettivo, ed è imprescindibile. Le regole devono esserci ed essere rispettate non solo per paura di una punizione ma anche perché si è compreso il motivo per cui alcune cose si possano fare e altre no.

Gli adolescenti di ieri e di oggi

Per quanto possa sembrare strano a tanti adulti, è bene ricordare che gli adolescenti di oggi non sono così tanto distanti dagli adolescenti degli scorsi decenni: dietro le loro “maschere” tecnologiche e le loro difese nascondono fragilità e debolezza. Certo, vedere che un ragazzo di quindici anni colloca la Puglia al posto delle Marche mette davvero tristezza, ma ancora più triste è sentire che ciò che manca di più in una condizione di isolamento sia “lo smartphone”.

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Lo smartphone è un surrogato di relazioni e appartenenza al gruppo (virtuale). Ed è qui che si nota la differenza tra l’adolescente dell’epoca pre-smartphone da un adolescente di oggi. Questo dovrebbe farci riflettere oltre a farci storcere il naso.

Rimbocchiamoci dunque le maniche e ripartiamo, come sempre, dall’importanza delle relazioni e del contatto umano.