La dislessia: riconoscimento, diagnosi e certificazione

La dislessia: riconoscimento, diagnosi e certificazione

Ci sono bambini che nascono con gli occhi azzurri, verdi o marroni; bambini che nascono con i capelli neri, o rossi, o castani; bambini che hanno il naso a patata, o le labbra carnose, o i capelli ricci. E poi ci sono bambini che nascono con un disturbo specifico dell’apprendimento come, per esempio, la dislessia.

Per quanto ad alcuni possa sembrare fuori luogo, paragonare la dislessia ad un tratto somatico non è così azzardato come potrebbe sembrare. Infatti i disturbi specifici dell’apprendimento, conosciuti anche con l’acronimo DSA, sono tipicità neurobiologiche. Questo significa che non sono una malattia, bensì ma una caratteristica, come gli occhi azzurri o i capelli ricci, appunto.

La dislessia: cos’è

Uno dei disturbi specifici dell’apprendimento più conosciuti e studiati è proprio la dislessia, ovvero la difficoltà a leggere in modo corretto e fluente.

Il bambino dislessico non è in grado di leggere correttamente, scambia e/o inverte le lettere, anticipa le parole, è molto lento nella lettura. Conseguenze secondarie della dislessia possono includere ovviamente problemi di comprensione del testo e, sopratutto, una crescita limitata del vocabolario e delle conoscenze generali, dovuti ad una mancata automatizzazione della lettura, e alla grande fatica che essa rappresenta per il bambino. Così grande da portarlo a rifiutarla.

Dislessia: come riconoscerla

Molte mamme mi chiedono come riconoscere la dislessia. La prima cosa da dire è che la diagnosi effettiva spetta a professionisti specializzati, come ad esempio lo psicologo, ma è comunque importante imparare a riconoscerne i primi sintomi, al fine di riuscire a intervenire in maniera tempestiva, mettendo a punto un percorso di sostegno utile ed efficace.

I primissimi segnali che devono mettere la pulce nell’orecchio a chi ha a che fare con lo sviluppo educativo di un minore sono:

• lettura lenta

• difficoltà nella comprensione di testi scritti

• criticità nell’imparare a memoria nozioni fondamentali per i primissimi anni di scolarizzazione (per esempio le sequenze dei mesi e dei giorni)

A questi segnali di caratteri generale si affiancano, ovviamente, caratteristiche più specifiche che offrono un quadro più dettagliato di cosa comporta la dislessia.

Dislessia: cosa comporta

Una volta identificata una certa difficoltà della lettura e nella comprensione di un testo, bisogna prestare attenzione se il bambino riscontra anche le seguenti difficoltà:

• difficoltà nel differenziare i grafemi diversamente orientati nello spazio, cioè sono generalmente confuse le lettere come “p-b”, “d-q”, “u-n”, “a-e”, “b-d”;

• difficoltà a differenziare i grafemi relativi a fonemi con somiglianze percettivo-uditive, come “f-v”, “t-d”, “p-b”, “c-g”, “l-r”, “m-n”, “s-z”;

• difficoltà a distinguere quei grafemi che si differenziano per piccoli particolari, come “m-n”, “c-e”, “f-t”;

• difficoltà nella codifica sequenziale, cioè nel seguire con lo sguardo la direzione sinistra-destra e alto-basso.

• omissione di grafemi e sillabe: durante la decodifica il bambino non legge alcune consonanti (es: “pata” invece di “pasta”), alcune vocali (es. “pano” invece di “piano”) oppure intere sillabe (es. “cato” invece di “caduto”);

• omissione di parole o salti da un rigo all’altro;

• inversione di sillabe: il bambino inverte la posizione di una sillaba che compone la parola, con errori di decodifica (es. “al” invece di “la”, “cunaci” invece di “cucina”);

• aggiunte e ripetizioni di sillabe o grafemi della parola (es. “gomimito”);

• difficoltà a riconoscere i gruppi consonantici complessi, come “gn”, “gh”, “gl”, “sc”;

• difficoltà nella lettura di parole poco comuni o a bassa frequenza d’uso;

• prevalenza della componente intuitiva: poiché il bambino non riesce a leggere correttamente, si affida all’intuizione, ossia pronuncia quella che immagina possa essere la parole scritta, compiendo spesso errori.

Sono queste, infatti, le caratteristiche fondamentali della dislessia, che permettono anche di capire se il bambino ha un disturbo specifico dell’apprendimento o, magari, è solo un po’ svogliato.

Dislessia: quando si diagnostica

“I disturbi dell’apprendimento vengono diagnosticati quando i risultati ottenuti dal bambino in test standardizzati, somministrati individualmente, su lettura, calcolo o espressione scritta risultano significativamente al di sotto di quanto previsto in base all’età, all’istruzione e al livello d’intelligenza. Essi interferiscono in modo significativo con i risultati scolastici o con le attività della vita quotidiana che richiedono capacità di lettura, di calcolo e di scrittura.” Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 2000

La diagnosi è il primo importante passo da intraprendere qualora il bambino manifesti una difficoltà. Infatti permette innanzitutto di capire se le difficoltà siano realmente dovute ad un disturbo specifico dell’età evolutiva, e secondariamente permette di capirne le possibili cause.

Nel 2010 è stata varata una legge a tutela dei disturbi specifici dell’apprendimento che ha il merito di aver definito scientificamente determinate caratteristiche. Non solo: con questa legge è stato messo nero su bianco che i DSA consentono il pieno raggiungimento degli obiettivi scolastici, trattandosi di caratteristiche che non ledono in alcun modo le capacità intellettive ma prevedono semplicemente modalità differenti di apprendimento. Queste differenti modalità di apprendimento, inoltre, sono lecite e la scuola deve prenderne atto e renderle concrete, stabilendo modalità di insegnamento e di verifica degli apprendimenti in parte differenti di quelli finora in uso.

È quando si vuole ottenere la tutela di questi diritti che si diagnostica la dislessia (o un qualunque altro disturbo specifico dell’apprendimento).

Ad ogni modo, è sempre bene ricordarlo, non vi è nulla né di patologico né di medicalizzato in una certificazione di dislessia.

Dislessia: chi la diagnostica

Chi valuta la dislessia, dunque?

La diagnosi può essere effettuata da professionisti: psicologi e neuropsichiatri infantili. Il protocollo prevede la valutazione del livello intellettivo e la somministrazione di una serie standardizzata di test neuropsicologici, che servono ad indagare non solo il livello della lettura, scrittura e calcolo, ma anche altre funzioni fondamentali (come la memoria, l’attenzione e la percezione).

 Per approfondire: Dove fare diagnosi dislessia 
La valutazione scritta viene consegnata ai genitori, fornendo informazioni chiare e precise sugli eventuali disturbi rilevati, sul percorso riabilitativo consigliato e rispondendo ad ogni eventuale domanda.

Essa comprenderà anche le indicazioni sui corretti metodi didattici ed educativi da applicare caso per caso, come l’utilizzo di strumenti compensativi (es. uso della calcolatrice, del computer) e dispensativi (es. interrogazioni programmate, tempi più lunghi per finire un compito), come previsto dalla legge (n. 170/2000).

Questo comporta una collaborazione con la scuola, anche per l’eventuale definizione del Piano Educativo Individualizzato (PEI), che consente ai docenti di adattare il percorso didattico alle reali potenzialità dell’alunno in difficoltà.


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